Socrate, poiché era il più saggio di tutti e aveva vissuto nella maniera più onesta, nel processo capitale, parlò in difesa di sé stesso, in modo che sembrasse che fosse non un supplice o un imputato ma un maestro dei giudici. Per giunta, dopo che l'eloquentissimo oratore Lisia, gli aveva portato un discorso scritto, affinché lo imparasse, in modo che lo pronunciasse nel processo in sua difesa, disse che era stato scritto bene, ma non se ne avvalse durante il processo. Dunque anche lui fu condannato, e non solo con i primi voti, con i quali i giudici decretavano soltanto se condannare o assolvere. Infatti ad Atene era costume che, qualora non fosse un delitto capitale, quando veniva emesso ila giudizio dai giudici, all'imputato veniva chiesto cosa ritenesse di aver meritato. Dopo che Socrate venne interrogato, rispose che egli aveva meritato di essere insignito di cariche molto importanti e ricompense e che gli fosse fornito un vitto quotidiano a spese dello stato nel Pritaneo, che presso i Greci è considerato un grandissimo onore. Alla risposta di costui i giudici si infiammarono tal punto che condannarono a morte un uomo del tutto innocente.