Cogita nunc nihil profuturum esse dolorem tuum, nec illi quidem quem desideras nec tibi. Nam si quicquam tristiā nostrā profecturi sumus, non recuso te omnes lacrimas tuas fundĕre; sed, quia hic dolor nihil boni laturus est, nolo eum longiorem esse, quod inrĭtus est. Diutius enim accusare fata possumus, mutare non possumus: stant dura et inexorabilia; nemo illă convicio, nemo fletu movet; nihil umquam ulli parcunt nec remittunt. Proinde parcamus lacrimis nihil proficientibus; facilius enim nos inferis (= “a coloro che abitano negli Inferi”) dolor iste adiciet quam illos nobis reducet. Maeror nos torquet, non adiŭvat: statim ergo illum deponamus animumque recipiamus ab amara quadam libidine doloris. Cogĭta etiam nulli minus gratum esse dolorem tuum quam fratri ipsi tuo: ille te torquēri enim aut non vult aut non intellĕgit. Lacrimae tuae igitur, si ille nihil sentit, supervacuae sunt; si sentit, ingratae. Dedit natura fratri tuo vitam, dedit et tibi: quae si suo iure usa debitum suum citius ab illo exegit, non illa in culpa est, cuius nota erat condicio, sed mortalis animi spes avida, quae subinde quid rerum natura sit obliviscitur nec umquam sortis suae meminit nisi cum admonetu

Pensa che ora il tuo dolore non gioverà a niente, né a colui di cui senti la mancanza né a te. Infatti se abbiamo intenzione di allontanare qualcosa dalla nostra tristezza, non ricuso che tu versi tutte le tue lacrime; ma, poiché questo dolore non porterà niente di buono, non voglio che sia troppo lungo, poiché è inutile. Possiamo infatti accusare molto a lungo il fato, (ma) non possiamo mutarlo: sta inflessibile e inesorabile; nessuno lo muove con la protesta, nessuno con il pianto; non risparmia né rende mai niente a nessuno. Perciò risparmiamo lacrime che non servono a niente; questo dolore ci avvicinerà più facilmente a coloro che abitano negli Inferi piuttosto che ricondurli a noi. Il dolore ci tormenta, non (ci) aiuta: dunque abbandoniamolo subito e recuperiamo l'animo dall'amaro piacere del dolore. Pensa anche che a nessuno è meno gradito il tuo dolore che a tuo fratello stesso: egli infatti non vuole o non capisce che ti tormenti. Perciò le tue lacrime, se egli non (le) sente, sono inutili; se (le) sente, sgradite. La natura ha dato la vita a tuo fratello, l'ha data anche a te: che se, servendosi della sua facoltà, ha preteso il suo debito prima a quello, non v'è colpa in essa, la cui condizione era nota, ma l'avida speranza dell'animo mortale, che regolarmente dimentica cos'è la natura delle cose né mai si ricorda della sua sorte se non quando le viene rammentata.