Tu me, ut facis, opera, Consilio, grattia iuva. Consolari iam desine, obiurgare vero noli; quod cum facis, ut ego tuum amorem et dolorem desidero} Nam quod (= «quanto al fatto che») me tam saepe et tam vehementer obiurgas et animo infirmo (me) esse dicis, quaeso, ecquod tantum malum est quod in mea calamitate non sit? Ecquis umquam ex tam : ampio statu, in (= «per») tam bona causa, tantis facultatibus ingenti, consilii, gratiae, tantis praesidiis omnium honorum concianti Possum oblivisci qui fuèrim? Possum non sentire quisim, quo caream honore, qua gloria, quibus liberis, quibus fortunis, quo fratre? Mitto (= omitto) cetera intolerabilia: eténim dolore impedior. Utrum tandem sum accusandus quod doleo quods tatum meum non defendi? Haec tibi scripsi utpotius relevares me — quodfacis - quam ut castigatione aut obiurgatione dignum (me) putare. Ad te minus multa scribo quoa mae rote impedior; tu, ut adhuc fecisti, quam plurimis de rebus ad me scribe, ne quid ignorem
Infatti quanto al fatto che mi rimproveri tanto spesso e con tanta forza e dici che io sono di animo debole, ti chiedo, quale male c'è mai, che non sia presente nella mia sventura? Qualcuno è mai forse decaduto da una condizione di rispetto (onorevole), per una così buona causa, nonostante così grandi capacità di comprensione, di consiglio, di favore, così grandi difese di tutti gli uomini onesti? Potrei dimenticarmi chi (come) sono stato? potrei non percepire chi (come) io sia (come mi trovi), di quale onore, di quale gloria, di quali figli, di quali beni, di quale fratello sia privo ? Tralascio altri fatti insopportabili: infatti ne sono impedito dal dolore. Devo essere accusato perché mi affliggo o per che non ho difeso la mia condizione? Ti ho scritto queste cose perché tu mi risollevassi- cosa che fai - piuttosto che perché mi ritenessi degno di punizione o castigo. Ti scrivo molte meno cose, perché ne sono impedito dall'afflizione; tu, come hai fatto finora, scrivimi su quanti più argomenti possibile, affinché io non ignori nulla.