Ea tempestate mihi imperium populi Romani multo maxume miserabile visum est. Cui cum ad occasum ab ortu solis omnia domita armis parerent, domi otium atque divitiae, quae prima mortales putant, adfluerent, fuere tamen cives, qui seque remque publicam obstinatis animis perditum irent. Namque duobus senati decretis ex tanta multitudine neque praemio inductus coniurationem patefecerat neque ex castris Catilinae quisquam omnium discesserat: tanta vis morbi ac veluti tabes plerosque civium animos invaserat. Neque solum illis aliena mens erat, qui conscii coniurationis fuerant, sed omnino cuncta plebes novarum rerum studio Catilinae incepta probaba
In quel tempo, l'impero del popolo romano mi sembrò più che mai degno di commiserazione. Quello al quale dal tramonto al sorgere del sole ubbidivano tutte le genti domate dalle sue armi, e al cui interno affluivano pace e ricchezza, ritenute fra i mortali le più importanti fra le cose, s'imbatté nondimeno in cittadini che ostinatamente volevano rovinare se stessi e lo Stato. Infatti di tale moltitudine, malgrado i due decreti del Senato, non vi fu nessuno, fra tutti, che indotto dal premio rivelasse la congiura, né disertasse dal campo di Catilina: tanta la forza del male e, per così dire, della peste che aveva invaso l'animo della maggior parte dei cittadini. E non solo quelli che erano complici della congiura avevano la mente stravolta, ma tutta intera la plebe, per cupidigia di novità, approvava le imprese di Catilina