Hoc primum sentio, nisi in bonis amicitiam esse non posse. Neque id ad vivum reseco, ut illi, qui haec subtilius disserunt, fortasse vere, sed ad communem utilitatem parum; negant enim quemquam esse virum bonum nisi sapientem. Sit ita sane; sed eam sapientiam interpretantur, quam adhuc mortalis nemo est consecutus; nos autem ea, quae sunt in usu vitaque communi, non ea, quae finguntur aut optantur, spectare debemus. Numquam ego dicam C. Fabricium, M. Curium, Ti. Coruncanium, quos sapientes nostri maiores iudicabant, ad Stoicorum normam fuisse sapientes. Quare sibi habeant sapientiae nomen et invidiosum et obscurum: concedant ut viri boni fuerint. Ne id quidem facient, negabunt id nisi sapienti posse concedi. Agamus igitur pingui, ut aiunt, Minerva. Qui ita se gerunt, ita vivunt ut eorum probetur fides, integritas, aequitas, liberalitas, nec sit in eis ulla cupiditas, libido, audacia, sintque magna constantia, ut ii fuerunt modo quos nominavi, hos viros bonos, ut habiti sunt, sic etiam appellandos putemus, quia sequantur, quantum homines possunt, naturam optimam bene vivendi ducem. Sic enim mihi perspicere videor, ita natos esse nos ut inter omnes esset societas quaedam, maior autem ut quisque proxime accederet. Itaque cives potiores quam peregrini, propinqui quam alieni; cum his enim amicitiam natura ipsa peperit; sed ea non satis habet firmitatis

Penso ciò prima di tutto, che l'amicizia non possa esistere se non tra gli uomini per bene. Non intendo l'espressione nel senso più rigoroso, come quelli, i quali dissertano di queste cose troppo sottilmente, forse secondo verità, ma poco per il vantaggio comune; infatti negano che alcuno sia uomo per bene se non il saggio. Ammettiamo che sia così; ma intendono quella saggezza, che nessun mortale fin qui ha raggiunto; noi invece dobbiamo guardare quelle cose, che sono nella pratica e nella vita comune, non quelle, che sono immaginate o desiderate. Io non potrei dire mai che C. Fabrizio, M. Curio, Ti. Coruncanio, che i nostri antenati giudicavano saggi, furono saggi secondo la regola degli Stoici. Per conseguenza si tengano il concetto di saggezza e malvisto e oscuro: ma ammettano che quelli furono uomini per bene. Nemmeno questo faranno (ne... quidem; il verbo è indicativo!); negheranno che ciò possa essere concesso se non al saggio. Ragioniamo allora, come si dice, con l'aiuto della «grassa Minerva». Uomini che si comportano, che vivono dimostrando lealtà, integrità morale, senso di equità, generosità, senza nutrire passioni sfrenate, dissolutezza, temerarietà, ma possedendo invece una grande coerenza (come i personaggi ora nominati), sono reputati virtuosi. Allora diamo loro anche il nome di virtuosi, perché seguono, nei limiti delle possibilità umane, la migliore guida per vivere bene, la natura. Mi sembra chiaro, infatti, che siamo nati perché si instauri tra tutti gli uomini un vincolo sociale, tanto più stretto quanto più si è vicini. Così agli stranieri preferiamo i concittadini, agli estranei i parenti. L'amicizia tra parenti, infatti, deriva dalla natura, ma difetta di sufficiente stabilità.