Est enim quod tam optundat elevetque aegritudinem quam perpetua in omni vita cogitatio nihil esse quod non accidere possit, quam meditatio condicionis humanae, quam vitae lex. Neque enim, qui rerum naturam, qui vitae varietatem, qui inbecillitatem generis humani cogitat, maeret, cum haec cogitat, sed tum vel maxime sapientiae fungitur munere; utrumque enim consequitur, ut et considerandis rebus humanis proprio philosophiae fruatur officio et adversis casibus triplici consolatione sanetur, primum quod posse accidere diu cogitavit, deinde quod humana humane ferenda intellegit, postremo quod videt malum nullum esse nisi culpam, culpam autem nullam esse, cum id, quod ab homine non potuerit praestari, evenerit.
Non vi è infatti nulla che tanto allevi e cancelli la tristezza, quanto il continuo pensiero durante tutta la vita che non c’è nulla che non possa accadere, la meditazione della condizione umana, la legge della vita. Né infatti chi pensa alla natura delle cose, alla varietà della vita, all'impotenza del genere umano, si rattrista quando pensa a queste cose, ma soprattutto in quel momento esercita il dono della sapienza; conseguono, infatti, entrambe queste cose: che nel considerare le cose umane si serva della peculiare funzione della filosofia, e che nelle situazioni avverse gli sia risanata la tranquillità da un triplice conforto, in primo luogo poiché ha riflettuto a lungo che sarebbe potuto accadere, , quindi poiché capisce che le cose umane vanno sopportate con la ragionevolezza che è propria degli uomini, infine poiché vede che il male altro non è che la colpa, ma che la colpa non c'è, allorché sia avvenuto ciò che l'uomo non ha potuto vincere.