Nec enim cuiquam homini bono mali quicquam evenire potest nec vivo nec mortuo. Sed tempus est –iquit- iam hinc abire, me ut moriar, vos ut vitam agatis. Utrum autem sit melius di inmortales sciunt, hominem quidem scire arbitror neminem »Sin vera sunt quae dicuntur, migrationem esse mortem in eas oras, quas qui e vita excesserunt incolunt, id multo iam beatius est. Magna me' inquit 'spes tenet, iudices, bene mihi evenire, quod mittar ad mortem. necesse est enim sit alterum de duobus, ut aut sensus omnino omnes mors auferat aut in alium quendam locum ex his locis migretur. quam ob rem, sive sensus extinguitur morsque ei somno similis est, qui non numquam etiam sine vicis somniorum placatissimam quietem adfert, di boni, quid lucri est emori! aut quam multi dies reperiri possunt, qui tali nocti anteponantur! cui si similis est perpetuitas omnis consequentis temporis, quis me beatior?
Infatti, a nessun uomo buono può accadere alcunché di male, né da vivo, né da morto. Ma è ormai tempo disse di andar via da qui, io per morire, voi per continuare a vivere. Gli dei immortali sanno quale delle due cosa sia migliore, penso che nessun uomo lo sappia. "Se, invece, è vero quello che si dice – che la morte è migrazione agli spazi che abitano i trapassati – allora la felicità è anche molto più grande. «lo ho la ferma speranza, o giudici, che sia per me un bene l'essere mandato a morte. Perché le cose, logica- mente, sono due: o la morte priva completamente di ogni forma di coscienza, o con essa si passa da quaggiù in qualche altro luogo. Perciò, se la morte toglie la coscienza, ed assomiglia a quel sonno che qualche volta non è neppure disturbato dalle visioni dei sogni e ci porta la quiete più assoluta, allora, o dèi benigni, la morte è veramente un bene grande. Quanti giorni si possono trovare, che siano preferibili ad una notte come quella? E se ad essa sarà simile per l'eternità il tempo a venire, chi potrà essere più felice di me?
versione n. 2 stesso titolo