Quid ergo aut hunc prohibet aut etiam Xenocratem illum gravissumum philosophorum, exaggerantem tantopere virtutem, extenuantem cetera et abicientem, in virtute non beatam modo vitam, sed etiam beatissimam ponere? Quod quidem nisi fit, virtutum interitus consequetur. Nam in quem cadit aegritudo, in eundem metum cadere necesse est (est enim metus futurae aegritudinis sollicita exspectatio); in quem autem metus, in eundem formido timiditas pavor ignavia; ergo, ut idem vincatur interdum nec putet ad se praeceptum illud Atrei pertinere: 'Proinde ita parent se in vita, ut vinci nesciant. ' Hic autem vincetur, ut dixi, nec modo vincetur, sed etiam serviet; at nos virtutem semper liberam volumus, semper invictam; quae nisi sunt, sublata virtus est.
E dunque, che cos'è che impedisce a Critolao o anche al grande Senocrate - lui, il più austero dei filosofi, quello che esalta tanto la virtù e avvilisce e minimizza il resto -di far consistere nella virtù la felicità, anzi la felicità perfetta? Senza di questo, le virtù finiscono annientate. Chi è soggetto al dolore, è soggetto per forza anche alla paura, perché la paura è attesa inquieta di un dolore che deve venire; ma chi è soggetto alla paura sarà anche soggetto all'apprensione, alla pavidità, allo spavento, alla vigliaccheria; e perciò gli capiterà spesso di lasciarsi sopraffare, e di non applicare a sé stesso il detto di Atreo : «facciano in modo, nella vita, di non sapere che cos'è la sconfitta»? Ora — io l'ho già detto — un uomo come quello non solo si farà sconfiggere, ma pure ridurre tranquillamente schiavo. Mentre noi la virtù la vogliamo sempre libera, sempre invincibile: altrimenti è finita.