C. Plautius Numida, morte uxoris audita, doloris inpotens pectus suum gladio percussit. Interventu deinde domesticorum inceptum exequi prohibitus colligatusque, ut primum occasio data est, scissis fasceis ac vulnere divolso, constanti dextra spiritum luctus acerbitate permixtum ex ipsis praecordiis et visceribus hausit, tam violenta morte testatus quantum maritalis flammae illo pectore clausum habuisse. Eiusdem ut nominis, ita amoris quoque M. Plautius: nam cum, imperio senatus, classem sociorum sexaginta navium in Asiam reduceret Tarentumque appulisse, atque ibi uxor eius Orestilla, quae illuc eum prosecuta fuerat, morbo oppressa descessisset, funerata ea atque in rogum inposita stricto ferro incubuit. Quem amici, sicut erat, togatum et calceatum corpori coniugis iunxerunt ac deinde subiectis facibus utrumque una cremaverunt.

C. Plauzio Numida, saputa la morte della moglie (abl.ass.), impotente dal dolore si trafisse il suo petto con la spada. Impedito poi dall'intervento dei domestici di portare a compimento l'impresa (di suicidarsi) e legato, non appena gli fu data l'occasione, strappatosi le bende e dilaniatasi la ferita, con mano coraggiosa strappò dal cuore e dalle viscere stesse il suo spirito sconvolto dalla crudeltà del lutto Con tanta morte violenta, Plauzio confermò quanto le avesse chiuso nel petto le fiamme dell'amore coniugale. Lo stesso sentimento mostrò anche il suo omonimo M. Plauzio, infatti quando, per ordine del senato riportava in Asia la flotta di sessanta navi degli alleati. Approdato a Taranto, dove anche sua moglie Orestilla, che lo aveva accompagnato fino a quel luogo, morì afflitta da una malattia, dopo averle fatto i funerali e dopo averla posta sul rogo, impugnò una spada. Gli amici, così com'era togato e calzato lo unirono al corpo della moglie dagiarono, vestito e calzato com'era, accanto alla sua sposa e, dato fuoco al rogo, li cremarono entrambi.