Tandem deventum est in fines hominum qui Parapamisadae appellantur, agreste genus et inter barbaros maxime inconditum. Locorum asperitas hominum quoque ingenia duraverat. Consuetudo est iis ut tuguria latere crudo struant et, quia sterilis est terra materia, etiam in montis nudo dorso, usque ad summum aedificiorum fastigium latericia tantum ponant Ceterum incremento operis structura paulatim arta adstringitur, adeo ut ad ultimum in carinae modum finiat: ibi foramen relinquunt ut superne lumen admittant. Vites et arnores, quae in tanto terrae rigore durant, obruunt penitus hieme, ut defossae lateant; ut nix aperire humum incipit, caelosolique reddunt. Hieme perlonga adeo altae nives premunt terram gelu et perpetuo paene rigore constrictae, ut ne avium quidem nec ferarum vestigium exstet. (da Curzio Rufo)
Alla fine si giunse ai confini dell'umanità che chiamano parapamisidi, un genere agreste e straordinariamente rozzo tra i barbari. L'asprezza dei luoghi aveva indurito anche gli ingegni degli uomini. Loro avevano la consuetudine di costruire tuguri con il mattone non cotto e, dato che la terra è sterile di materiale, anche sul nudo dorso del monte, fino alla parte più elevata degli edifici ponevano soltanto le mura di mattoni tuttavia con il procedere della costruzione si stringeva a poco a poco serrata, fino al punto che terminava alla fine come una ghiglia: lasciavano lì un foro per sprigionare una luce in alto. Le viti e gli alberi, che resistevano all'indurimento così solido della terra, diventavano al loro interno come una coperta durante l'inverno così da nascondere tutte le cose contenute al loro interno; quando la neve incomincia ad aprire il terreno, le restituiscono al cielo e al sole. Durante il lunghissimo inverno le alte nevi premono la terra a causa del gelo e sono costipate da una rigidità quasi perpetua, a tal punto che neppure l'impronta degli uccelli e delle fiere emerge (si vede).