Olim cicadá in silvà canebat (cantava), formicá autem assidue laborabat (lavorava). Cicadá formicam videt (vede) et bestiolae industriam vituperat (biasima): «Stultá (O stolta) formicá, cur (perché) vitam in operà dissipas (perdi)? Ego contra (Io al contrario) in umbrà requiesco (mi riposo), vitam laetam (spensierata, acc. f. sing. ) ago (conduco), curas ignoro (ignoro) et agricolas delecto (rallegro)». At formicá cicadae pigritiam contemnit (disprezza), nec curat (e trascura) iniuriam, sed in operà perseverat (persevera). Sed autem hiems (l’inverno, nom. ) venit (giunse), et propter industriam (grazie all’operosità) formicá micarum copiam habebat (aveva) et cum laetitià vivebat (viveva); cicadá, contra (al contrario), ob neglegentiam suam (a causa della sua negligenza) escas non habebat (aveva) et in miserià erat (era). Tunc formicam implorat (implora): «Da mihi (Dammi), quaeso (per favore), micas quia famelicá sum (sono affamata)». Sed cicadae formicá respondet (risponde): «Antea canebas (cantavi), nunc salta (balla)!»
Una cicala una volta cantava in un bosco, invece una formica lavorava assiduamente. La cicala vede la formica e biasima l'operosità dell’insetto: “O sciocca formica perché sprechi la vita nel lavoro? Io, al contrario, riposo nell’ombra, conduco una vita spensierata, ignoro le preoccupazioni e rallegro gli agricoltori”. Ma la formica disprezza la pigrizia della cicala e non si cura dell’offesa, ma persevera nel lavoro. Ma poi giunse l’inverno e grazie alla laboriosità la formica aveva abbondanza di briciole e viveva con gioia; la cicala, al contrario, a causa della sua negligenza non aveva cibi e si trovava nella miseria. Allora implora la formica: “Dammi, per favore le briciole poiché sono affamata”. Ma alla cicala la formica risponde: “Prima cantavi ora balla!”.