Agricolam non consulum fasces, non purpura regum, non negotia fori alliciunt. In suo praedio vitam degit, parvis rebus contentus. Incurvo aratro terram dimovet, glebas vertit, unde familiae suae victus parat et agri proventu horrea complet. Cum, post longos diei labores, vespertina hora domum ex agro revertit, ecce dulces filioli teneris brachiis collum eius circumdant suavi amplexu et oscula patri dant. Interea casta coniunx parcam cenam in humili mensa ponit, dum in stabulo oves et armenta quiescunt. Nox interea venit et grata quies omnes villae (fattoria) incolas invadit. Talem vitam agebant veteres Sabini, talem gemini Romulus et Remus egerunt, in montibus atque Latii silvis errabundi.

Non i fasci dei consoli, non la porpora dei re, non gli affari del Foro attirano il contadino. Passa la vita nella sua proprietà, soddisfatto dalle piccole cose. Fende la terra con il curvo aratro, rivolta le zolle da cui procura il cibo alla sua famiglia e riempie i granai con il raccolto del campo. Quando, dopo le lunghe fatiche del giorno, ritorna a casa dal campo alla sera, ecco i dolci figlioletti con le tenere braccia circondano il suo collo con un dolce abbraccio e danno baci al padre. Intanto la casta moglie pone la parca cena sull’umile mensa, mentre nella stalla le pecore e gli armenti riposano. Nel frattempo scende la notte ed una gradita calma pervade tutti gli abitanti della fattoria. Una vita simile la conducevano gli antichi Sabini,  tale (la) condussero i gemelli Romolo e Remo, raminghi per i monti e i boschi del Lazio.