Οὐ γὰρ οὕτως ὁ θεώμενος οὐδέποτε μακαρίζει τοὺς τἀλλότρια κεκτημένους, ὡς ἐν τῷ φθονεῖν ἅμα καί τις ἔλεος αὐτὸν ὑποτρέχει τῶν ἐξ ἀρχῆς ἀποβαλόντων. Ἐπὰν δὲ καὶ προβαίνῃ τὰ τῆς εὐκαιρίας καὶ πάντα συνάγῃ πρὸς αὑτὸν τὰ τῶν ἄλλων, καὶ ταῦτα συγκαλῇ τρόπον τινὰ τοὺς ἐστερημένους ἐπὶ θέαν, διπλάσιον γίνεται τὸ κακόν. Οὐ γὰρ ἔτι τοὺς πέλας ἐλεεῖν συμβαίνει τοὺς θεωμένους, ἀλλὰ σφᾶς αὐτούς, ἀναμιμνησκομένους τῶν οἰκείων συμπτωμάτων. Ἐξ ὧν οὐ μόνον φθόνος, ἀλλ’ οἷον ὀργή τις ἐκκαίεται πρὸς τοὺς εὐτυχοῦντας· ἡ γὰρ τῶν ἰδίων περιπετειῶν ἀνάμνησις ὡς ἂν εἰ προτροπή τις ἐστι πρὸς τὸ κατὰ τῶν πραξάντων μῖσος.
Infatti così colui che osserva non ritiene mai così fortunati quanti si sono impadroniti dei beni altrui come quando ne è invidioso e, al tempo stesso, prova una certa compassione per coloro che ne erano gli originari possessori e poi li hanno persi. Quando poi queste ricchezze materiali aumentano e il vincitore arriva a raccogliere a casa propria tutti i tesori degli altri e, per così dire, invita coloro che sono stati derubati ad ammirarli, allora l'errore diventa duplice, in quanto quelli che ora ammirano tali tesori non compiangono più i propri vicini, ma se stessi, perché si ricordano delle proprie sventure. Di conseguenza, contro i privilegiati della Fortuna si accende non soltanto l'invidia, ma anche una certa forma di rancore, dato che il ricordo dei propri rovesci è quasi un incitamento a odiare coloro che ne sono stati gli autori