«Ardeates - inquit - veteres amici, nemo vestrum condicionis meae oblitum me esse putet; sed res ac periculum commune... non recuso eundem Ardeae rerum mearum exitum, quem Romae habui»
Disse: "Ardeatini, vecchi amici, anche miei nuovi concittadini, che nessuno di voi pensi che io sia venuto qui dimentico della mia condizione, ma la cosa e il pericolo comune costringono a mettere a disposizione ogni aiuto che ciascuno può nella gravità della situazione. E quando vi ricompenserò per i vostri tanti meriti nei miei confronti, se desisterò adesso? Quale utilità avrete da me, se non sarà in guerra? Con quest'arte mi sostenni in patria e, invitto in guerra, in pace sono stato cacciato dai concittadini ingrati. Ma, Ardeatini, vi è offerta sia l'occasione di render grazie per i tanti atavici benefici del popolo romano, quanti [benefici] voi stessi ricordate, (infatti non devono essere rinfacciati presso i memori)sia di procurare a questa città una grande gloria bellica da un comune nemico. Quelli che s'avvicinano con marcia disordinata, è un popolo a cui la natura diede corpi e animi più grandi che vigorosi perciò in ogni battaglia portano più terrore che forze. Ne sia prova la sconfitta di Roma. Presero una città indifesa; dalla rocca del Campidoglio ma si resiste con una piccola schiera; ormai vinti dalla noia dell'assedio s'allontanano e vagabondi errano per i campi. Sazi di cibo e di vino ingurgitato di un fiato quando scende la notte, si coricano qua e là presso i corsi d'acqua senza fortificazione, senza corpi di guardia e sentinelle qua e là si coricano alla maniera delle bestie, ora a causa delle cose favorevoli più incauti del solito. Se avete in animo di vigilare sulle vostre mura e di non tollerare che tutto ciò diventi Gallia, all'imbrunire afferrate le armi, numerosi seguitemi verso una strage, non verso una battaglia. Se non li consegnerò immersi nel sonno come bestie da trucidare, non rifiuto (di avere) ad Ardea la stessa fine delle mie cose che ebbi a Roma.