T Quinctius Capitolinus et Agrippa Furius consules nec seditionem domi nec foris bellum acceperunt; ... popularis oratio fuit plebi acceptior quam illa, a severissimo consule dicta.
I consoli T Quinzio Capitolino ed Agrippa Furio non toccarono né un conflitto interno [lett. una rivolta in patria] né un conflitto all'esterno; ma erano prossime entrambe. La discordia tra i cittadini ormai non poteva essere più repressa e la plebe veniva così istigata dai tribuni contro i patrizi, cosa che non si conviene per niente ai magistrati dello Stato, che nuove contese agitavano sempre le assemblee. Il primo fragore di queste non scappò agli Equi e ai Volsci: infatti, come se ne avessero appreso il segnale, imbracciarono le armi e, radunati gli eserciti, depredarono dapprima il territorio Latino; poi, dato che lì non arrivava nessun vendicatore, esultando allora i promotori della guerra, si avvicinarono alle mura stesse di Roma per saccheggiarla, ostentando per insulto alla città la devastazione delle campagne. Dopo che si voltarono all'indietro impuniti, portando il bottino davanti a sé, il console Quinzio, che soprattutto provava fastidio per le rivolte, convocò il popolo in assemblea. Le sue parole si addicono davvero a un console Romano: infatti raramente l'orazione di un tribuno popolare fu più gradita alla plebe di quella, pronunciata da un console molto serio.
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