P. Scipionem Marce fili eum qui primus Africanus appellatus est dicere solitum scripsit Cato qui fuit eius fere aequalis numquam se minus otiosum esse quam cum otiosus nec minus solum quam cum solus esset. Magnifica vero vox et magno viro ac sapiente digna; quae declarat illum et in otio de negotiis cogitare et in solitudine secum loqui solitum ut neque cessaret umquam et interdum conloquio alterius non egeret. Ita duae res quae languorem adferunt ceteris illum acuebant otium et solitudo. Vellem nobis hoc idem vere dicere liceret sed si minus imitatione tantam ingenii praestantiam consequi possumus voluntate certe proxime accedimus. Nam et a re publica forensibusque negotiis armis impiis vique prohibiti otium persequimur et ob eam causam urbe relicta rura peragrantes saepe soli sumus. Sed nec hoc otium cum Africani otio nec haec solitudo cum illa comparanda est. Ille enim requiescens a rei publicae pulcherrimis muneribus otium sibi sumebat aliquando et coetu hominum frequentiaque interdum tamquam in portum se in solitudinem recipiebat nostrum autem otium negotii inopia non requiescendi studio constitutum est. Extincto enim senatu deletisque iudiciis quid est quod dignum nobis aut in curia aut in foro agere possimus? Ita qui in maxima celebritate atque in oculis civium quondam vixerimus nunc fugientes conspectum sceleratorum quibus omnia redundant abdimus nos quantum licet et saepe soli sumus.

Catone che gli fu quasi coetaneo scrisse che Publio Scipione quello che per primo fu soprannominato l'Africano era solito dire di non essere mai meno ozioso di quando era ozioso e mai meno solo di quando era solo. Parole veramente magnifiche e degne di un uomo grande e saggio; esse dimostrano che nei periodi di riposo egli pensava agli affari e quando era solo era solito parlare con se stesso sicché non gli mancava mai un'occupazione e non aveva bisogno di colloquiare con un altro. Cosi queste due situazioni l'ozio e la solitudine che arrecano agli altri fiacchezza gli erano di stimolo. Vorrei che fosse lecito dire con verità lo stesso di me; ma se posso raggiungere in minor grado una si grande elevatezza d'ingegno con l'imitazione certamente con l'intenzione mi ci avvicino molto di più. Infatti tenuto lontano dalla vita politica e dagli affari forensi dalla violenza delle armi sacrileghe sono costretto a vivere in ozio e per questo motivo lasciata la città vagando per i campi spesso sono solo. Ma né quest'ozio si può paragonare con quello dell'Africano né questa mia solitudine con quella; egli per ricrearsi dagli importantissimi affari dello Stato di quando in quando si prendeva un periodo di riposo e dalle assemblee e dagli affollamenti cittadini si rifugiava talora nella solitudine come in un porto; il mio ozio invece è causato non dal desiderio di riposo ma dalla mancanza di affari. Sparito ormai il senato e distrutti i tribunali che cosa c'è che io possa fare degno di me nella curia e nel foro? Pertanto io che vissi un tempo assai frequentemente in pubblico e sotto gli occhi dei cittadini ora fuggendo la vista degli sciagurati dei quali è pieno ogni luogo mi nascondo quanto è possibile e spesso sono solo