Praeterea tria genera sunt vitae, inter quae quod sit optimum quaeri solet: unum voluptati vacat, alterum contemplationi, tertium actioni. Primum, deposita contentione depositoque odio quod implacabile diversa sequentibus indiximus, videamus ut haec omnia ad idem sub alio atque alio titulo perveniant: nec ille qui voluptatem probat sine contemplatione est, nec ille qui contemplationi inservit sine voluptate est, nec ille cuius vita actionibus destinata est sine contemplatione est. «Plurimum - inquis - discriminis est utrum aliqua res propositum sit an propositi alterius accessio». Sit sane grande discrimen, tamen alterum sine altero non est: nec ille sine actione contemplatur, nec hic sine contemplatione agit, nec ille tertius, de quo male existimare consensimus, voluptatem inertem probat sed eam quam ratione efflcit firmam sibi; ita et haec ipsa voluptaria seda in actu est. Quidni in actu sit, cum ipse dicat Epicurus aliquando se recessurum a voluptate, dolorem etiam adpetiturum, si aut voluptati.

Inoltre, tre sono i tipi di vita, tra i quali si è soliti indagare quello che sia il migliore: uno è dedicato al piacere, l'altro alla contemplazione, il terzo all'azione. Deposta la contesa, deposto l'odio implacabile che abbiamo dichiarato a quelli che inseguono vie diverse, vediamo che tutte queste cose, sotto diverso aspetto, arrivino allo stesso risultato: non quello che approva il piacere è senza contemplazione, né quello che si dedica alla contemplazione è senza piacere, né chi conduce una vita destinata all'agire è senza contemplazione. "ma c'è una bella differenza" dici "se una cosa sia lo scopo o l'aggiunta di un secondo fine". Ammesso ci sia una grande differenza, tuttavia l'uno non c'è senza l'altro: quello non si applica senza agire, né quello agisce senza contemplazione, né il terzo, sul quale noi abbiamo condiviso un pessimo giudizio, approva un piacere inattivo ma quello che con raziocinio rende stabile a se stesso: così anche questa scuola dedita al piacere è anche nell'agire. Perché non potrebbe essere, quando lo stesso Epicuro dice che una volta rinuncerà al piacere e si accosterà al dolore? Dove mira questo discorso?