DINAMISMO DI CESARE
VERSIONE DI GRECO di Plutarco
TRADUZIONE dal libro Versioni di greco per il triennio
Τὰ δὲ τοιαῦτα λήματα καὶ τὰς φιλοτιμίας αὐτὸς ἀνέθρεψε καὶ κατεσκεύασε Καῖσαρ, πρῶτον μὲν τῷ χαρίζεσθαι καὶ τιμᾶν ἀφειδῶς, ἐνδεικνύμενος ὅτι τὸν πλοῦτον οὐκ εἰς τρυφὴν ἰδίαν οὐδ’ ἰδίας ἡδυπαθείας ἐκ τῶν πολέμων ἀθροίζει, κοινὰ δ’ ἆθλα τῆς ἀνδραγαθίας παρ’ αὐτῷ φυλασσόμενα ἀπόκειται καὶ μέτεστιν ἐκείνῳ τοῦ πλουτεῖν ὅσα τοῖς ἀξίοις τῶν στρατιωτῶν δίδωσιν· ἔπειτα τῷ πάντα μὲν κίνδυνον ἑκὼν ὑφίστασθαι, πρὸς μηδένα δὲ τῶν πόνων ἀπαγορεύειν. τὸ μὲν οὖν φιλοκίνδυνον οὐκ ἐθαύμαζον αὐτοῦ διὰ τὴν φιλοτιμίαν· ἡ δὲ τῶν πόνων ὑπομονὴ παρὰ τὴν τοῦ σώματος δύναμιν ἐγκαρτερεῖν δοκοῦντος ἐξέπληττεν, ὅτι καὶ τὴν ἕξιν ὢν ἰσχνός, καὶ τὴν σάρκα λευκὸς καὶ ἁπαλός, καὶ τὴν κεφαλὴν νοσώδης, καὶ τοῖς ἐπιληπτικοῖς ἔνοχος, ἐν Κορδύβῃ πρῶτον αὐτῷ τοῦ πάθους ὡς λέγεται, τούτου προσπεσόντος, οὐ μαλακίας ἐποιήσατο τὴν ἀῤῥωστίαν πρόφασιν, ἀλλὰ θεραπείαν τῆς ἀῤῥωστίας τὴν στρατείαν, ταῖς ἀτρύτοις ὁδοιπορίαις καὶ ταῖς εὐτελέσι διαίταις καὶ τῷ θυραυλεῖν ἐνδελεχῶς καὶ ταλαιπωρεῖν ἀπομαχόμενος τῷ πάθει καὶ τὸ σῶμα τηρῶν δυσάλωτον. ἐκοιμᾶτο μὲν γὰρ τοὺς πλείστους ὕπνους ἐν ὀχήμασιν ἢ φορείοις, εἰς πρᾶξιν τὴν ἀνάπαυσιν κατατιθέμενος, ὠχεῖτο δὲ μεθ’ ἡμέραν ἐπὶ τὰ φρούρια καὶ τὰς πόλεις καὶ τοὺς χάρακας, ἑνὸς αὐτῷ συγκαθημένου παιδὸς τῶν ὑπογράφειν ἅμα διώκοντος εἰθισμένων, ἑνὸς δ’ ἐξόπισθεν ἐφεστηκότος στρατιώτου ξίφος ἔχοντος. συντόνως δ’ ἤλαυνεν οὕτως, ὥστε τὴν πρώτην ἔξοδον ἀπὸ Ῥώμης ποιησάμενος ὀγδοαῖος ἐπὶ τὸν Ῥοδανὸν ἐλθεῖν. τὸ μὲν οὖν ἱππεύειν ἐκ παιδὸς ἦν αὐτῷ ῥᾴδιον· εἴθιστο γὰρ εἰς τοὐπίσω τὰς χεῖρας ἀπάγων καὶ τῷ νώτῳ περιπλέκων ἀνὰ κράτος ἐλαύνειν τὸν ἵππον. ἐν ἐκείνῃ δὲ τῇ στρατείᾳ προσεξήσκησεν ἱππαζόμενος τὰς ἐπιστολὰς ὑπαγορεύειν καὶ δυσὶν ὁμοῦ γράφουσιν ἐξαρκεῖν, ὡς δ’ Ὄππιός φησι, καὶ πλείοσι. λέγεται δὲ καὶ τὸ διὰ γραμμάτων τοῖς φίλοις ὁμιλεῖν Καίσαρα πρῶτον μηχανήσασθαι, τὴν κατὰ πρόσωπον ἔντευξιν ὑπὲρ τῶν ἐπειγόντων τοῦ καιροῦ διά τε πλῆθος ἀσχολιῶν καὶ τῆς πόλεως τὸ μέγεθος μὴ περιμένοντος. τῆς δὲ περὶ τὴν δίαιταν εὐκολίας κἀκεῖνο ποιοῦνται σημεῖον, ὅτι τοῦ δειπνίζοντος αὐτὸν ἐν Μεδιολάνῳ ξένου Οὐαλερίου Λέοντος παραθέντος ἀσπάραγον καὶ μύρον ἀντ’ ἐλαίου καταχέαντος, αὐτὸς μὲν ἀφελῶς ἔφαγε, τοῖς δὲ φίλοις δυσχεραίνουσιν ἐπέπληξεν. „ἤρκει γὰρ“ ἔφη „τὸ μὴ χρῆσθαι τοῖς ἀπαρέσκουσιν· ὁ δὲ τὴν τοιαύτην ἀγροικίαν ἐξελέγχων αὐτός ἐστιν ἄγροικος“. ἐν ὁδῷ δέ ποτε συνελασθεὶς ὑπὸ χειμῶνος εἰς ἔπαυλιν ἀνθρώπου πένητος, ὡς οὐδὲν εὗρε πλέον οἰκήματος ἑνὸς γλίσχρως ἕνα δέξασθαι δυναμένου, πρὸς τοὺς φίλους εἰπών, ὡς τῶν μὲν ἐντίμων παραχωρητέον εἴη τοῖς κρατίστοις, τῶν δ’ ἀναγκαίων τοῖς ἀσθενεστάτοις, Ὄππιον ἐκέλευσεν ἀναπαύσασθαι· αὐτὸς δὲ μετὰ τῶν ἄλλων ὑπὸ τῷ προστεγίῳ τῆς θύρας ἐκάθευδεν.
TRADUZIONE
Cesare stesso favoriva e alimentava nei suoi soldati questa fermezza e questo spirito di emulazione, innanzitutto accattivandoseli e ricompensandoli con abbondanti elargizioni di denaro e riconoscimenti, dando così l'impressione di non voler ricavare dalle guerre vantaggi economici per sé o soddisfare i suoi lussi e i suoi capricci privati, ma che tutti quei soldi servivano quale premio agli atti di valore compiuti e che se lui ne usufruiva era perché quel denaro veniva dato appunto ai meritevoli. Si accattivava poi l'animo dei soldati partecipando personalmente e spontaneamente ad ogni azione pericolosa e senza sottrarsi ad alcuna fatica.
Ciò che stupiva i soldati non era il suo amore per il rischio, dal momento che essi sapevano quanto grande fosse in lui il desiderio di gloria, erano la sua resistenza alle fatiche e gli sforzi portati al limite delle sue possibilità fisiche, tanto più perché era magro di costituzione, aveva un colorito bianco e delicato, soffriva spesso di emicrania ed era soggetto ad attacchi di epilessia (sembra che il primo l'abbia avuto a Cordova). Tuttavia egli non trasse mai da questa sua debolezza un pretesto per adagiarsi o farsi coccolare, al contrario, fece della vita militare un antidoto contro quel male, compiendo lunghissime marce, consumando pasti frugali, dormendo sempre all'aperto, affrontando ogni genere di disagi, e così riuscì a rendere e a mantenere il corpo inattaccabile ad ogni genere di infermità. Generalmente dormiva in un carro o nella lettiga e dedicava i momenti di tregua a qualche attività; durante il giorno controllava i presìdi, le città, gli accampamenti, tenendo sempre accanto a sé uno schiavo incaricato di scrivere sotto sua dettatura, anche mentre era in cammino, e dietro gli stava sempre un soldato con la spada sguainata. Aveva poi una tale rapidità nel muoversi e nell'agire che quando partì da Roma la prima volta dopo otto giorni era già sulle rive del Rodano.
Aveva imparato a cavalcare fin da bambino e soleva spronare l'animale a tutta corsa tenendo le mani serrate dietro la schiena. E fu durante quella spedizione che prese l'abitudine di dettare le sue lettere stando in groppa al cavallo, e non ad uno ma a due scrivani contemporaneamente, o anche^a più di due, se è vero quel che scrive Oppio. Si dice anche che sia stato il primo a comunicare con gli amici manipolando le lettere dell'alfabeto, quando particolari circostanze, la mole dei suoi impegni o la grandezza della città non gli consentivano di discutere personalmente di questioni urgenti o importanti. 40
Quanto alla sua temperanza in fatto di cibo, si suole citare questo episodio: un giorno, a Milano, Valerio Leone, ch'era suo ospite, invitatolo a pranzo, gli servì degli asparagi conditi con mirra invece che con olio. Cesare li mangiò senza esitare, criticando gli amici che storcevano la bocca disgustati.
«Se non vi piacciono, perché li mangiate?», esclamò. «È da gente rozza disprezzare questo cibo solo perché è rustico».
Una volta, mentre si trovava in viaggio, sorpreso da una tempesta, riparò nella casupola di un poveraccio e poiché c'era solo una stanzetta che a malapena poteva ospitare una persona ordinò che la occupasse Oppio.
«Fra i potenti», disse, «bisogna cedere il posto a chi sta più in alto, ma fra gli amici ai più deboli». 41
E passò la notte con gli altri sotto la gronda della porta.