Nam et loquenti tibi illa Homerici senis mella profluere et, quae scribis, complere apes floribus et innectere videntur. Ita certe sum affectus ipse, cum Graeca epigrammata tua, cum mimiambos proxime legerem. Quantum ibi humanitatis venustatis, quam dulcia illa quam amantia quam arguta quam recta! Callimachum me vel Heroden, vel si quid his melius, tenere credebam; quorum tamen neuter utrumque aut absolvit aut attigit. Hominemne Romanum tam Graece loqui? Non medius fidius ipsas Athenas tam Atticas dixerim. Quid multa? Invideo Graecis quod illorum lingua scribere maluisti. Neque enim coniectura eget, quid sermone patrio exprimere possis, Cum hoc insiticio et inducto tam praeclara opera perfeceris. Vale
Infatti quando parli sembra che ti scorra quel miele del vecchio di Omero e ciò che scrivi sembra che dalle api sia stato ricolmato e cinto di fiori. Tal fu certo la mia impressione, quando pochi giorni fa lessi i tuoi epigrammi in lingua greca e i tuoi mImiambi. Quale dolcezza vi si trova, quale grazia, come son piacevoli, come teneri, come arguti, come impeccabili! Io credevo di aver fra le mani Callimaco, Eroda o qualcosa ancor di meglio; benché nessuno di quei due si sia provato o sia riuscito in ambedue i generi. E un romano può esprimersi in tal modo in greco? In fede mia la stessa Atene la direi meno attica. Che più? Invidio i Greci perché tu hai preferito scrivere nella loro lingua. E non mi è difficile indovinare che cosa tu potresti darci nella lingua patria, avendo saputo realizzare opere così belle in ina straniera ed esotica. Stammi bene (addio)