LA DECAPITAZIONE DELLE ERME
VERSIONE DI GRECO di Tucidide

Ἐν δὲ τούτῳ, ὅσοι Ἑρμαῖ ἦσαν λίθινοι ἐν τῇ πόλει τῇ Ἀθηναίων (εἰσὶ δὲ κατὰ τὸ ἐπιχώριον, ἡ τετράγωνος ἐργασία, πολλοὶ καὶ ἐν ἰδίοις προθύροις καὶ ἐν ἱεροῖς), μιᾷ νυκτὶ οἱ πλεῖστοι περιεκόπησαν τὰ πρόσωπα. καὶ τοὺς δράσαντας ᾔδει οὐδείς, ἀλλὰ μεγάλοις μηνύτροις δημοσίᾳ οὗτοί τε ἐζητοῦντο καὶ προσέτι ἐψηφίσαντο, καὶ εἴ τις ἄλλο τι οἶδεν ἀσέβημα γεγενημένον, μηνύειν ἀδεῶς τὸν βουλόμενον καὶ ἀστῶν καὶ ξένων καὶ δούλων. καὶ τὸ πρᾶγμα μειζόνως ἐλάμβανον· τοῦ τε γὰρ ἔκπλου οἰωνὸς ἐδόκει εἶναι καὶ ἐπὶ ξυνωμοσίᾳ ἅμα νεωτέρων πραγμάτων καὶ δήμου καταλύσεως γεγενῆσθαι. μηνύεται οὖν ἀπὸ μετοίκων τέ τινων καὶ ἀκολούθων περὶ μὲν τῶν Ἑρμῶν οὐδέν, ἄλλων δὲ ἀγαλμάτων περικοπαί τινες πρότερον ὑπὸ νεωτέρων μετὰ παιδιᾶς καὶ οἴνου γεγενημέναι, καὶ τὰ μυστήρια ἅμα ὡς ποιεῖται ἐν οἰκίαις ἐφ' ὕβρει· ὧν καὶ τὸν Ἀλκιβιάδην ἐπῃτιῶντο. καὶ αὐτὰ ὑπολαμβάνοντες οἱ μάλιστα τῷ Ἀλκιβιάδῃ ἀχθόμενοι ἐμποδὼν ὄντι σφίσι μὴ αὐτοῖς τοῦ δήμου βεβαίως προεστάναι, καὶ νομίσαντες, εἰ αὐτὸν ἐξελάσειαν, πρῶτοι ἂν εἶναι, ἐμεγάλυνον καὶ ἐβόων ὡς ἐπὶ δήμου καταλύσει τά τε μυστικὰ καὶ ἡ τῶν Ἑρμῶν περικοπὴ γένοιτο καὶ οὐδὲν εἴη αὐτῶν ὅτι οὐ μετ' ἐκείνου ἐπράχθη, ἐπιλέγοντες τεκμήρια τὴν ἄλλην αὐτοῦ ἐς τὰ ἐπιτηδεύματα οὐ δημοτικὴν παρανομίαν. ὁ δ' ἔν τε τῷ παρόντι πρὸς τὰ μηνύματα ἀπελογεῖτο καὶ ἑτοῖμος ἦν πρὶν ἐκπλεῖν κρίνεσθαι, εἴ τι τούτων εἰργασμένος ἦν (ἤδη γὰρ καὶ τὰ τῆς παρασκευῆς ἐπεπόριστο), καὶ εἰ μὲν τούτων τι εἴργαστο, δίκην δοῦναι, εἰ δ' ἀπολυθείη, ἄρχειν. καὶ ἐπεμαρτύρετο μὴ ἀπόντος πέρι αὐτοῦ διαβολὰς ἀποδέχεσθαι, ἀλλ' ἤδη ἀποκτείνειν, εἰ ἀδικεῖ, καὶ ὅτι σωφρονέστερον εἴη μὴ μετὰ τοιαύτης αἰτίας, πρὶν διαγνῶσι, πέμπειν αὐτὸν ἐπὶ τοσούτῳ στρατεύματι. οἱ δ' ἐχθροὶ δεδιότες τό τε στράτευμα μὴ εὔνουν ἔχῃ, ἢν ἤδη ἀγωνίζηται, ὅ τε δῆμος μὴ μαλακίζηται θεραπεύων ὅτι δι' ἐκεῖνον οἵ τ' Ἀργεῖοι ξυνεστράτευον καὶ τῶν Μαντινέων τινές, ἀπέτρεπον καὶ ἀπέσπευδον, ἄλλους ῥήτορας ἐνιέντες οἳ ἔλεγον νῦν μὲν πλεῖν αὐτὸν καὶ μὴ κατασχεῖν τὴν ἀναγωγήν, ἐλθόντα δὲ κρίνεσθαι ἐν ἡμέραις ῥηταῖς, βουλόμενοι ἐκ μείζονος διαβολῆς, ἣν ἔμελλον ῥᾷον αὐτοῦ ἀπόντος ποριεῖν, μετάπεμπτον κομισθέντα αὐτὸν ἀγωνίσασθαι. καὶ ἔδοξε πλεῖν τὸν Ἀλκιβιάδην.

TRADUZIONE

Quand'ecco le Erme marmoree erette in città dagli Ateniesi (sono parecchi, secondo la tradizione locale, questi blocchi quadrangolari, nei vestiboli delle abitazioni o nei recinti sacri) ebbero in maggioranza il volto mutilato, in una stessa notte. Sui responsabili il mistero: ma si dava loro la caccia, con ricche taglie promesse dallo stato per la loro cattura. E non bastò: si decise che chiunque fosse disposto, dei cittadini o dei forestieri, perfino dei servi, denunciasse senza paura qualunque diverso atto sacrilego che gli fosse noto. L'opinione pubblica ne fu seriamente scossa: vi si riconosceva un segno infausto per la partenza, collegato forse a torbide trame per sovvertire lo stato e la democrazia. Finché, ad opera di certi meteci e di alcuni servi, approda all'autorità una denuncia, che pur non avendo nulla da spartire con lo scandalo delle Erme, riguarda certe altre statue sfregiate tempo prima da un gruppetto di giovani ubriachi e in vena di stranezze: in certi ambienti inoltre ci si diverte a scimmiottare i misteri. Le accuse non risparmiavano Alcibiade: e furono lesti a raccoglierle quelli cui la personalità di Alcibiade incuteva più geloso fastidio, intralciando la scalata ai seggi più alti e solidi del governo democratico; e pieni di speranza, se lo liquidavano, di ascendere ai vertici della società ateniese, facevano un chiasso eccessivo di quest'affare, tempestando in pubblico che le parodie dei misteri e la mutilazione delle Erme rientravano nel piano criminale di sconvolgere la compagine democratica e che nell'una e nell'altra empietà spiccava evidente lo stile di Alcibiade. Ne adducevano a prova il suo modo personalissimo di vita che calpestava la tradizione: un autentico schiaffo alla democrazia. Alcibiade rintuzzò direttamente l'attacco, aggiungendo ch'era disposto, prima dell'imbarco ad affrontare un processo, perché si facesse piena luce sulle sue responsabilità nei delitti di cui lo si imputava (ormai erano stati aggiunti anche gli ultimi ritocchi alle forze in partenza) e, se risultava colpevole di qualche mancanza, avrebbe pagato; se andava assolto, il comando sarebbe rimasto suo. Li pregava di non dar credito alle menzogne fatte circolare durante la sua assenza, e di fargli giustizia sommaria piuttosto, se era colpevole, e insisteva ch'era assurdo sotto l'incubo di quell'accusa, prima che in tribunale si emettesse un verdetto risolutore, affidargli il comando di una armata così ingente. Ma i suoi avversari, sospettando che le simpatie dell'esercito si orientassero su di lui, se si celebrava un processo immediato, e che il popolo si lasciasse sedurre alla clemenza, riconoscente per il merito d'aver convinto personalmente Argo e qualche reparto di Mantinea a seguire la spedizione, si preoccupavano con ogni zelo di far cadere quella supplica d'Alcibiade. Sobillarono così più di un oratore, il quale si fece avanti a proclamare che Alcibiade doveva imbarcarsi subito, senza bloccare la partenza dell'armata mentre al suo ritorno si sarebbero stabiliti i giorni per il processo. L'intento era di gonfiare le calunnie accumulando con più comodo, nel periodo in cui era assente, indizi e prove, e riconvocandolo quindi in patria per risponderne. Così si decretò che Alcibiade salpasse