ASTRONAUTI SULLA LUNA
VERSIONE DI GRECO di Luciano
TRADUZIONE

Sette giorni e altrettante notti corremmo per l'aria; nell'ottavo vedemmo una gran terra nell'aria, a forma di un'isola, lucente, sferica, e di grande splendore. Avvicinatici e approdati scendemmo: e riguardando il paese, lo troviamo abitato e coltivato. Di giorno non vedemmo niente di là; ma di notte ci apparvero altre isole vicine, quali più grandi, quali più piccole, del colore del fuoco, e un'altra terra giù, che aveva città, e fiumi, e mari, e selve, e monti: e pensammo fosse questa che noi abitiamo. Avendo voluto addentrarci nel paese fummo scontrati e presi dagl'Ippogrifi, come colà si chiamano. Questi Ippogrifi sono uomini che vanno sopra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi, e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto son grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e più massicce d'un albero d'un galeone. Questi Ippogrifi dunque hanno ordine di andare scorrazzando intorno alla terra, e se incontrano forestieri, di menarli dal re: onde ci prendono e ci menano da lui. Il quale vedendoci e giudicandone ai panni, disse: Ebbene, o forestieri, siete voi Greci? E rispondendo noi di sì: E come, ci dimandò, siete qui giunti, valicato tanto spazio d'aria? Noi gli contammo per filo ogni cosa; ed egli ci narrò ancora dei fatti suoi, come egli era uomo, a nome Endimione, e come una volta mentre dormiva fu rapito dalla nostra terra, e venne qui, e fu re del paese Questa, egli disse, è quella terra che voi vedete di laggiù e chiamate la Luna. State di buon animo, e non sospettate di nessun pericolo, ché non mancherete di tutte le cose necessarie. Se condurrò a buon fine la guerra che ora faccio agli abitanti del Sole, voi vivrete presso di me una vita felicissima. Noi gli domandammo chi erano quei suoi nemici, e che cagione di guerra ci aveva; ed egli: È Fetonte, il re degli abitanti del Sole (ché anche il Sole e abitato come la Luna), che ci fa guerra da molto tempo: e la cagione è questa. Una volta io radunata certa poveraglia del mio reame, pensai di mandare una colonia in Espero, che è un'isola deserta e non abitata da nessuno. Fetonte per invidia impedì questa colonia, assaltandoci a mezza via con una sua schiera di Cavaiformiche. Allora fummo vinti, perché colti alla sprovvista, e ci ritirammo; ma ora voglio io portargli la guerra, e piantare la colonia a suo marcio dispetto. Se voi volete esser con me a questa impresa, io vi darò un grifo reale per uno, e ogni altra armatura: noi domani partiremo. Sia come a te piace, io risposi. Così rimanemmo a cenare con lui; ma il giorno appresso levatici di buon mattino ci disponemmo in schiere, perché le vedette segnalarono esser vicini i nemici. L'esercito era di centomila guerrieri, senza i bagaglioni, i macchinisti, i fanti, e gli aiuti forestieri; cioè erano ottantamila ippogrifi, e ventimila cavalcavano su gli Erbalati, uccelli grandissimi, che invece di penne sono ricoperti di foglie, e hanno le ali simili a foglie di lattuga. Vicino a questi c'erano schiere di Scagliamiglio, e d'Aglipugnanti. Eran venuti anche aiuti dall'Orsa, trentamila Pulciarceri, e cinquantamila Corriventi. I Pulciarceri sono così chiamati perché cavalcano pulci grandissime, ognuna grande quanto dodici elefanti: i Corriventi sono fantaccini, che volano senz'ale, a questo modo: si stringono alla cintura certe lunghe gonnelle, e facendole gonfiare dal vento come vele, vanno a guisa di navicelle, e questi nelle battaglie forniscono l'ufficio di truppe leggere. Si diceva ancora che da certe stelle che influiscono sulla Cappadocia dovevano venire settantamila Struzzipinconi, e cinquemila Cavaigrue; ma io non li vidi, perché non vennero, onde non mi ardisco di descrivere com'erano fatti, ma se ne contavano cose grandi e incredibili. E queste erano le forze di Endimione.