Ἀλκιβιάδης, ὁρῶν τὴν ἐν Ὀλυμπίᾳ ...ἢ τῶν ἄλλων ὀλβιωτάτων πόλεων καὶ ἀναριθμήτων νικῶν ἐτύγχανε.

Alcibiade, vedendo a Olimpia che l'adunanza del popolo era amata e ammirata da tutti gli uomini e che i Greci in questa facevano sfoggio di ricchezza, di forza e di educazione, che gli atleti venivano onorati e che le città, quelle dei vincitori diventavano celebri, decideva di gareggiare per diventare più famoso e per poter acquistare (ἐπικτῷτο, ἐπικτάομαι pres ottativo 3a sing) una fama abbondantissima e immortalità. Ma sebbene egli fosse per corporatura di una conformazione naturale più dotato e più forte di tutti i coetanei disdegnava (ὑπερεώρα, ὑπεροράω imperfetto 3a sg) le gare ginniche poiché troppo ordinarie, sapendo che alcuni degli atleti potevano essere (ottativo) di nascita non molto nobile e che abitavano in piccole città si accingeva a gareggiare (lett allevare cavalli) con i cavalli, ritenendo che queste erano imprese dei più ricchi e superava tutti gli avversari. Egli preparava i carri (i cocchi, i tiri a due) più veloci di quelli delle altre città più prospere e otteneva innumerevoli vittorie.
(By Vogue)